Teatro Utile 2018 – Accademia dei Filodrammatici di Milano

dalla Redazione

Al via la 6° edizione di Teatro Utile 2018, progetto di formazione promosso dall’Accademia dei Filodrammatici di Milano. Anche quest’anno si occupa di temi che riguardano l’interculturalità e le migrazioni organizzando tre laboratori di scrittura: giornalistica, drammaturgica e autobiografica.

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Foto dal sito dell’Accademia dei Filodrammatici http://accademiadeifilodrammatici.it/news/teatro-utile-2018-programma-appuntamenti/

Oltre ai laboratori vengono proposti sei incontri con artisti impegnati sui temi dell’immigrazione e dell’interculturalità attraverso il teatro: sarà l’occasione di condividere con il pubblico i testi nati dai laboratori di scrittura.

Gli incontri e gli spettacoli si svolgono tra marzo e luglio 2018 presso l’Accademia dei Filodrammatici in via Filodrammatici 1, Milano.

L’ingresso è libero con prenotazione obbligatoria (filodram@accademiadeifilodrammatici.it, 02 86460849).

Per maggiori informazioni è possibile consultare il sito dell’Accademia e scaricare il programma

How culture and the arts can promote intercultural dialogue in the context of the migratory and refugee crisis

Qui è possibile scaricare l’Executive summary del report del working group di esperti in dialogo interculturale degli stati membri europei

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“In the context of the migratory and refugee crisis, explore the ways culture and the arts can help to bring individuals and peoples together, increase their participation in cultural and societal life as well as to promote intercultural dialogue and cultural diversity. Links will be established with other EU-level integration networks and databases. Experts will take stock of the policies and existing good practices on intercultural dialogue with a special focus on the integration of migrants and refugees in societies through the arts and culture”.

Oltre gli “ismi”: prove di intercultura

di Chiara Giaccardi, Università Cattolica del Sacro Cuore

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Il testo riprende un intervento svolto nell’ambito di un incontro pubblico all’Auditorium del Consiglio della Regione Lombardia, via Fabio Filzi 29 a Milano, presso Mercoledì 9 febbraio 2017. Titolo dell’incontro: “Oltre il multiculturalismo, ma verso dove? Da sterili confronti ideologici a buone pratiche comunicative. Se l’Inghilterra ha fallito, che cosa può fare l’Italia?”

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Un problema malposto

 Gli psicologi insegnano che per affrontare un problema che pare insolubile occorre prima modificare la definizione della situazione: ci sono definizioni, infatti, che per il modo in cui sono formulate ostacolano o limitano fortemente la soluzione dei problemi. La strategia è quindi quella del “reframing”: reincorniciare la realtà, per vederla sotto una nuova luce e uscire dall’impasse, immaginando nuove soluzioni.

E il linguaggio, come sanno i linguisti e gli antropologi, non è un insieme di etichette che appiccichiamo su realtà già esistenti, ma è uno strumento per “tagliare a fette” la realtà e un laboratorio di metafore più o meno generative che possono allargare o restringere la nostra visuale. O, a volte, renderci ciechi.

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Chiara Giaccardi

Quello del multiculturalismo è un problema che cade esattamente in questo impasse.

Il termine è infelice. Ricorda una molteplicità giustapposta, senza legami. A me fa venire in mente le case in multiproprietà: basta lasciare pulito, non fare danni, rispettare i tempi e chi altro abita lo stesso spazio non ci interessa: nessun rapporto, nessuna curiosità, basta non darsi fastidio (nel qual caso si è subito pronti ala lamentela).

Anche le metafore utilizzate per rendere visivamente più comprensibile questo concetto non funzionano: quella del mosaico, per esempio. Il “mosaico delle culture” dovrebbe suggerire un’idea di armonia, data dalla giustapposizione di tante tessere, di tanti colori e materiali, ciascuna col suo perimetro, la sua forma, i suoi confini netti. Ma, primo, le culture non hanno confini netti, dato che sono ibride per definizione e, gli antropologi lo sanno, sopravvivono solo se sanno incorporare il nuovo, il diverso, rigenerandosi di conseguenza; e, secondo, la pluralità giustapposta non produce armonia, casomai conflitto.

Chi è l’artista-artefice del mosaico interculturale? Non è chiaro, e infatti il disegno non c’è.

Multiculturalismo, infine, è un termine ambiguo: oscilla infatti tra un’accezione descrittiva (viviamo in un mondo multiculturale; ma allora è preferibile “multietnico”) e una prescrittiva (il “modello multiculturale”, che sta mostrando tutte le sue debolezze).

 

Il multiculturalismo non può essere un modello, perché non propone una soluzione adeguata alle sfide di un presente complesso: il massimo che riesce a esprimere è quello di una tolleranza riduttiva, (oggi si dice “tolleranza passiva”) una “indifferenza alla differenza” purchè resti nei suoi confini, e si esprima preferibilmente nel privato.

Il “ghetto” non è un effetto collaterale imprevisto del multiculturalismo, ma un suo presupposto implicito, una delle condizioni del suo funzionamento.

C’è anche da sottolineare un’ipocrisia evidente nella cultura contemporanea: da un lato la retorica delle differenze (l’unità non è democratica), che soffia sul fuoco delle specificità incommensurabili come se avessero valore in sé (gli antropologi la chiamano “esagerazione di identità”). Diversità e differenza, peraltro, sono termini profondamente etnocentrici: sono sempre gli altri i differenti, rispetto a uno “standard” che siamo noi. Molto più neutro, e corretto, sarebbe parlare di varietà, pluralità. Dall’altro lato, questa politica delle differenze non è minimamente gestita, e rimane confinata sul piano identitario: tutte le questioni che derivano da questa enfasi sulla diversità sono lasciate a se stesse.

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